martedì 30 dicembre 2008

L'egocentrismo infantile

L’egocentrismo è una fase particolare dell’infanzia.
Esso non deve essere confuso con l’egoismo né con la dominanza di un bambino su un altro.
Secondo lo psicologo Jean Piaget (1896-1980) l’egocentrismo è la mancanza di differenziazione, nel bambino, tra il proprio punto di vista soggettivo e quello di un altro.
Lo psicologo svizzero ha posto anche le differenze tra il linguaggio egocentrico e la comunicazione vera e propria. Il primo è ripetitivo, imitativo (ecolalia) e si basa sul monologo; la seconda è sociale e si basa sull’informazione adattata, sulla critica, sugli ordini, sulle minacce e così via.Per Lev Vigotskij, non esistono, al contrario, differenze sostanziali tra il linguaggio egocentrico e la comunicazione, giacché il bambino usa sempre il linguaggio di comunicazione. Egli, anche quando si trova solo con se stesso, utilizzerebbe un linguaggio di comunicazione.Una teoria, però, non esclude, secondo me, l’altra, giacché il linguaggio nell’infanzia svolge diverse funzioni; chi, poi, comunica, in tale tappa evolutiva, esprime i propri stati d’animo e non si preoccupa del significato.
Il bambino, anzi, cerca di chiarire attraverso i monologhi non solo quello che intende fare, ma anche quello che effettivamente fa.Piaget ha, tra l’altro, sostenuto che i bambini sono egocentrici tanto sul piano cognitivo (egocentrismo cognitivo) quanto sul piano dell’interazione sociale (egocentrismo sociale).
Questa tesi è oggi alquanto criticata, perché, secondo alcuni studiosi, fino a sette anni non si possederebbe ancora un’interazio??ne sociale complessa. Solo dopo tale periodo, infatti, gli esseri umani diventerebbero consapevoli della complessità dell’interazione sociale ed incomincerebbero a riflettere sui processi interattivi, parlandone e discutendone tra loro. Anzi, proprio grazie a tale esperienza sociale, riuscirebbero a superare definitivamente l’egocentrismo e a rendersi conto che, nell’interazione sociale, possa esserci anche un altro punto di vista da rispettare.

Winicott parte II

L'intera vita culturale dell'essere umano origina anch'essa nello spazio potenziale che congiungeva originariamente madre e bambino e si pone in una posizione di diretta continuità con il giocare in modo creativo; afferma Winnicott: "l'esperienza culturale comincia con il vivere in modo creativo, ciò che in primo luogo si manifesta nel gioco" .
Il destino dello spazio potenziale tra madre e bambino, che nasce nei primi stadi dell'esistenza dell'individuo, in rapporto alla fiducia del lattante nell'attendibilità della figura materna, determina la "qualità" del gioco e dell'esperienza culturale di ogni essere umano.
Dice Winnicott: "se la madre è in grado di fornire le condizioni opportune, ogni dettaglio della vita del bambino è un esempio di vivere creativo. Ogni oggetto è un oggetto "trovato".
Data l'opportunità il bambino comincia a vivere creativamente, e ad usare oggetti reali, per essere creativo in essi e con essi. Se al bambino non viene data questa opportunità allora non vi è alcun territorio in cui il bambino possa avere gioco o possa fare l'esperienza culturale: ne deriva che non si stabilisce alcun legame con l'eredità culturale, e non vi sarà alcun contributo al patrimonio culturale.
Il "bambino in carenza" è notoriamente irrequieto ed incapace di giocare, ed ha un impoverimento della capacità di fare esperienze nel campo culturale".
La mancanza di attendibilità della figura materna determina "una perdita dell'area di gioco e la perdita del simbolo significativo"; questo significa che il bambino potrà riempire, se le circostanze sono favorevoli, lo spazio potenziale con i prodotti della sua immaginazione, mentre, se le circostanze sono sfavorevoli, l'uso creativo degli oggetti viene a mancare e un falso sé compiacente si sostituisce al vero sé che possiede il potenziale per tale uso.
Lo spazio potenziale, la "terza area del vivere umano...che non si trova né dentro l'individuo né fuori, nel mondi della realtà condivisa" viene ad essere, per Winnicott, il "filo rosso" che lega gioco ed esperienza culturale e determina la qualità di entrambi.
Se il bambino può godere, nel momento in cui la madre inizia a separarsi da lui, di cure sensibili da parte della stessa, avrà un'area di gioco immensa, una sterminata distesa di illusione da riempire, durante tutta la sua vita, con il gioco creativo che porterà poi alla esperienza culturale. Giocare è "una maniera particolare di agire, una maniera di trattare la realtà in forma soggettiva" , è possibilità unica di essere creativi, ossia di utilizzare l'intero potenziale della propria personalità, di venire a contatto col proprio vero Sé, di compiere con consapevolezza il viaggio della vita, senza mai adattarsi passivamente ad essa.
La creatività è uno stato di vitalità esistenziale, comune ad ogni essere umano, sia esso bambino o adolescente o adulto, ed è per questo che meravigliosamente, per Winnicott, il gioco, intendendo con esso un atteggiamento ludico e creativo verso il mondo, non ha età: "io considero alla stessa stregua il modo di godere altamente sofisticato della persona adulta rispetto alla vita, o alla bellezza o all'astratta inventiva umana, e il gesto creativo di un bambino, che tende la mano alla bocca della madre, e che tocca i suoi denti, e la vede creativamente. Per me, il giocare porta in maniera naturale all'esperienza culturale e invero ne costituisce le fondamenta" .
Il bambino e l'adulto, che vivono creativamente, giocano entrambi, riempiendo con i prodotti della propria immaginazione e con l'uso dei simboli, lo spazio tra sé e l'ambiente (in origine l'oggetto); il gioco del bambino e la vita culturale dell'adulto nascono nella stessa area e allo sviluppo di quest'ultima è legato il loro stesso destino o, meglio, la loro qualità.

Winnicott, il gioco, la creatività

Il grande psicanalista Donald Winnicott ha dedicato gran parte delle sue riflessioni al rapporto tra gioco e atto creativo, ponendo entrambi in diretta relazione con le fondamentali esperienze a cui il bambino va incontro nei suoi primi giorni di vita.
Il gioco è, per Winnicott, sempre un'esperienza creativa e la capacità di giocare in maniera creativa permette al soggetto di esprimere l'intero potenziale della propria personalità, "grazie alla sospensione del giudizio di verità sul mondo, a una tregua dal faticoso e doloroso processo di distinzione tra sé, i propri desideri, e la realtà, le sue frustrazioni" . In questo modo, attraverso un atteggiamento ludico verso il mondo, e solo qui, in questa terza area neutra e intermedia tra il soggettivo e l'oggettivo, può comparire l'atto creativo, che permette al soggetto di trovare se stesso, di essere a contatto con il nucleo del proprio Sé.
La creatività non consiste, secondo il grande psicanalista, nei prodotti dei lavori artistici, siano essi quadri o sinfonie o anche manicaretti culinari, che sono meglio definibili come "creazioni", ma è invece costituita dalla "maniera che ha l'individuo di incontrarsi con la realtà esterna": essa "è universale, appartiene al fatto di essere vivi" e "si può considerare come una cosa in sé, qualcosa che...è necessario se l'artista deve produrre un lavoro d'arte, ma anche qualcosa che è presente quando chicchessia...guarda in maniera sana una qualunque cosa o fa una qualunque cosa deliberatamente".
L'impulso creativo è presente alla stessa maniera, egli afferma con parole meravigliose, nel "bambino ritardato che è contento di respirare" come "nell'architetto che improvvisamente sa che cosa è che lui desidera costruire".
La creatività non può essere mai del tutto annullata, anche nei casi più estremi di false personalità, tuttavia può restare nascosta e questo viene a determinare la differenza tra il "vivere creativamente e il semplice vivere"

L'espressione col gesto grafico

Dopo i 2 anni facilmente il bambino usa per giocare matite e pennarelli: giocare a scrivere, giocare a dipingere, per la gioia del movimento nuovo, per la meraviglia dei suoi effetti, per l’innata necessità di imitare tutto ciò che gli adulti fanno.
Nel bambino esiste un bisogno imperioso di lasciare tracce grafiche.
In un primo momento, il bambino usa i tratti grafici solo per soddisfare questo impulso: non conosce e non frutta le possibilità contenute nell’atto grafico ed il materiale tracciante ed il supporto accogliente segnalano l’esistenza di un piccolo uomo, ma non sono espressione del suo io.
Per arrivare a ciò occorre l’intervento di un educatore attento che sappia:
dare importanza ai disegni occasionali
fornire materiali vari, utili e motivanti
rispettare le scelte, i modi, i tempi di lavoro anche con la creazione di appositi spazi
che sappia osservare il bambino restando a sua disposizione, ma senza predominarlo.
Osservare senza imporsi , ma proponendosi rappresenta la giusta mediazione per far si che il disegno da gioco libero si trasformi gradualmente in attività creatrice, per scoprire la gioia della conquista e del dominio del mezzo, permettendo alla immagini ed alla fantasie interiori di realizzarsi in segni/forme che le esteriorizzino e le conservino.
Lo scopo dell’insegnante è aiutare il bambino ad espandere il proprio io ed a crescere per far ciò occorre preparare gradualmente il bambino ad acquisizioni tecnica manuali concretizzando il nostro "intervento" con esempi pratici: come è meglio impugnare un pennello, quali colori usare per differenti superfici, osservare la realtà delle cose … .
Sono interventi che non soffocano la libera espressione del bambino, ma che offrono dei sostegni e degli esempi pratici per far si che da ogni bimbo esca, sotto forma "d’arte", ciò che è entrato in lui.

L' espressione creativa con la voce umana

Il bambino è portato, in modo spontaneo, a rielaborare le espressioni che gli vengono dalla realtà riesprimendole mediante un’azione imitativa della realtà stessa.
L’azione, pur essendo il mezzo di espressione preferito, a volte non è sufficiente a esteriorizzare tutto ciò che è in lui: quindi il bambino associa all’atto la parola con la quale integra e completa la sue abilità.
Il bambino contemporaneamente agisce, parla, recita e racconta; la parola, accompagna, a volte senza necessariamente integrarla, l’azione che il bambino compie e ne rende più intensa la sua partecipazione.
Il gioco di espressione attraverso la parola è indipendente dall’uso funzionale del linguaggio e si verifica già attorno ai 3/4 anni.
Come il gioco d’azione, può essere osservato ed aiutato ad espandersi mediante interventi vigili, rispettosi e poco invasivi, dell’adulto.
Occorre far si che mediante sapienti manipolazioni ( sostituzione di sostantivi, variazioni di azioni e tempi verbali, aggiunta di aggettivi o avverbi … ) di giochi cantati, rime, assonanze, conte, che il bambino, da ripetitore passivo, diventi produttore attivo, che scopra quindi tra le sue possibilità espressive anche quella vastissima dell’uso della "produzione orale".
Nel mondo infantile, parole, ritmo, canto stanno facilmente associate: tra filastrocche e cantilene per il bambino non c’è molta differenza, quindi nell’invito a parlare per lui può essere implicito anche l’invito a cantare.
Giocare una canzone significa animarla con un ritmo
, con l’interpretazione mimica, con i rumori, con la danza: è nostro interesse che il bambino si esprima in modo attivo e personale, osserviamo le sue espressioni e valorizziamole tutte, cercando di non conformarlo ai nostri desideri.

L'espressione creativa con le mani

Secondo alcuni psicologi e pedagogisti è molto importante esercitare l’espressione creativa con le mani.
Le mani, rivestite da personaggi, possono operare in un particolare teatro: il teatro dei burattini.
Il burattino rappresenta un’immagine – sintesi di voce, forma, colore e movimento che il bambino può animare con la sua fantasiosa creatività.
Mediante il burattino il bambino è stimolato a dire con naturalezza e chiarezza ciò che pensa in quanto egli, in quel momento, non recita, bensì vive nel burattino: è spinto ad arricchire il suo vocabolario usando termini, suoni e toni che solitamente non usa.
Giocare ai burattini implica l’impiego di svariate facoltà.
Infine il gioco dei burattini rappresenta un privilegiato punto di osservazione diagnostica e terapeutica sia che l’adulto osservi il gioco dei bambini, sia l’adulto che interagisca col bambino giocando con lui.

Il libero gioco di espressione corporea

Il gioco della "drammatizzazione"secondo Moreno un noto psicologo dello sviluppo; è uno dei mezzi più sicuri per sviluppare non solo la creatività, ma anche la riflessione, l’immaginazione e la socialità.
Proponendo ai bambini una storia è bene offrire loro "generiche linee guida" sulle quali l’immaginazione ogni bambino possa esercitarsi liberamente.
Invece di dire in maniera diretta che un determinato personaggio è buono, è meglio dire che quel personaggio impresta volentieri le proprie cose … lasciando intuire, indirettamente, la qualità positiva del suo carattere.
In questo modo avremo stimolato non solo la creatività dei bambini, ma anche l’interesse e la partecipazione attiva ed alla fine del racconto gran parte degli ascoltatori gradirà trasformarsi in attori cooperando per esprimere la storia esteriorizzandola, mettendoci ognuno un po’ di sé e perciò rendendola originale: lo scopo è di arricchire il mondo esperenziale mediante immagini che, recepite dalla singolare sensibilità di ogni bambino, vengano interiorizzate, elaborate ed infine restituite alla realtà (esteriorizzate).